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I villaggi

I villaggi di Saint-Vincent

"Le coeur de Moron (fto Russo Salvatore Sandro)"

Prima di proporre alcune schede, relative ai nostri villaggi, si ritiene necessario fare una piccola introduzione che permetterà al lettore di capire meglio i contenuti delle pagine successive. Per ciò che riguarda i numeri segnalo che i villaggi di Saint-Vincent, distribuiti in parte sulla collina, in parte nel fondovalle e, infine, nelle due zone-cuscino poste a levante e ponente del millenario borgo sono 54; si consideri però che Moron è in realtà composto da ben sette piccoli nuclei ben distinti tra loro e che un villaggio, Pioule, non esiste più in quanto è stato totalmente abbattuto negli anni ottanta per permettere la costruzione di una struttura sportiva, poi utilizzata per pochissimi anni. Il numero totale dei villaggi ammonterebbe quindi a 61.Oggi molti di questi centri sono diventati parte integrante del borgo in quanto, con gli anni, nelle campagne del circoncentrico sono state edificate tantissime abitazioni. Il nome “villaggio” deriva dal latino villae, villaticum e significa una o più costruzioni parzialmente isolate e indipendenti; più semplicemente, con la parola villaggio, si intende riferirsi oggi a quel complesso edilizio di dimensioni ridotte, più o meno organico, dotato di servizi propri, ma solitamente situato distante da un ampio centro abitato dotato di edifici per l’amministrazione civile, per il commercio e per il culto.I nostri villaggi sono esattamente questo; costruiti sul territorio in posizione strategica, in prossimità di sorgenti d’acqua per le necessità delle persone, degli armenti e delle colture, rivelano la straordinaria conoscenza del territorio da parte dei nostri progenitori che lì si sono insediati con la consapevolezza delle difficoltà del territorio ma con la determinata volontà di possedere un ricovero, “un tetto”, nei pressi delle colture da essi per lungo tempo intensamente praticate.Nel corso dei secoli i nostri villaggi, aventi tutti una vocazione dichiaratamente rurale, sono stati sempre intensamente abitati; va però detto che i pochi censimenti della popolazione fatti prima dell’Ottocento certificano però solo il numero dei “fuochi” cioè i nuclei famigliari, ma solitamente non indicano mai il numero complessivo degli abitanti; riferimenti imprecisi possono però essere ricavati da altre documentazioni.Da tutte le carte si accerta comunque che i villaggi erano nel loro insieme sociale, famigliare, architettonico e devozionale, dei veri e propri “unicum”. Pur con le logiche difficoltà, rappresentate dal territorio tipicamente alpino, esisteva una fitta rete stradale che collegava tutti i centri -sia montani che pedemontani- al borgo e che consentiva la mobilità della popolazione, degli armenti e delle merci; a questo proposito è importante citare anche la strada che dalla valle centrale si snodava su tutto il territorio comunale per raggiungere prima il colle di Joux e la Valle d’Ayas e successivamente i trafficatissimi colli della Svizzera (per tutti il colle del Teodulo). Nei villaggi, a seconda della loro localizzazione, erano state costruite tutte quelle strutture comunitarie che garantivano ai residenti di poter operare al meglio senza doversi allontanare dalla propria abitazione: forni per la panificazione, mulini per i cereali, latterie consorziali, fontanili utilizzati come lavatoi e come abbeveratoi oltre che come piccola riserva d’acqua, per concludere con i maestosi torchi per la pressatura delle vinacce.Verso la fine del Settecento nascono, in particolare grazie alle spinte decise della Chiesa locale, le scuole di villaggio; queste, sostenute economicamente dalla popolazione, saranno inizialmente frequentate dai ragazzi solo per un breve periodo, durante l’inverno, perché il resto dell’anno dovrà essere dedicato dagli alunni al lavoro nei campi; le scuole dei villaggi permetteranno alla nostra popolazione di fare un notevole salto di qualità sotto il profilo culturale. Ma tra i beni posseduti in comproprietà non bisogna dimenticare i grandi boschi comunitari vero polmone per l’economia delle famiglie. Quasi prioritario su tutto era però l’edificio sacro, quello in cui riunirsi per pregare e per affidare al Divino fede, ansie, gioie e dolori; secolari mura e ingiallite carte ci raccontano con dovizia di particolari della presenza di edifici sacri, le Cappelle, che serviranno per il soddisfacimento dei bisogni spirituali di una popolazione profondamente religiosa e devota. Per inciso potremmo dire che la quotidianità della gente era scandita da un lunghissimo elenco di doveri, di momenti e di credenze religiose, davvero impressionante. Ecco, il villaggio era una minuscola città in cui era presente tutto quanto necessitava; ma le cose che maggiormente presenziavano su tutto, erano la solidarietà e il mutuo soccorso. Questi aspetti non sono ricavabili dalle vecchie carte, ma con grande rimpianto ci sono raccontati da coloro che nei villaggi hanno vissuto l’intera loro esistenza; anziani con profonde rughe testimoniano che alle persone con difficoltà economiche, alle madri vedove, ai figli malati, l’intera comunità si rivolgeva unita per fare in modo che il cammino di queste persone meno fortunate avesse comunque delle possibilità di riuscita. Sintomatici sono inoltre i racconti di chi ricorda furiosi incendi che, scoppiati su abitazioni composte in prevalenza di legno, avrebbero costretto numerose famiglie alla miseria più nera e che solo il mutuo soccorso del villaggio permetteva di superare. Questi momenti, un tempo assai frequenti, superavano anche le logiche e certi egoismi personali e le più o meno importanti diatribe frequenti tra vicini di casa. Per quanto concerne i toponimi un primo studio, tutt’ora inedito, è stato compiuto nel 2003 da Piero Obert, ma ci vorranno anni e ulteriori approfondimenti per avere un quadro più dettagliato e preciso; in alcuni casi il toponimo del villaggio si richiama al territorio e alle sue caratteristiche (ad es. il toponimo Perrière richiama subito un comprensorio pietroso). Lo stesso nome di Moron indica non già un singolo villaggio ma trarrebbe la sua origine da una vicina modesta montagna avente forma rotondeggiante, le Mont Rond. In altre situazioni il toponimo avrebbe addirittura radici preindoeuropee (ad es. Salirod). In altri casi l’etimologia trae origine dalla presenza in loco di attività commerciali (ad es. Les Moulins certifica che esistevano in loco numerosi mulini per cereali mentre Favret è senza dubbio un richiamo all’attività di forgia praticata in quella località da un Favro, cioè fabbro-ferraio), per finire con Ecrivin che indicherebbe la presenza di uno scrivano in epoca lontanissima. In queste pagine, per quanto è stato possibile, sono state date delle indicazioni etimologiche così come saranno riportate le varie fasi evolutive dei toponimi, ricavate dalla lettura di vecchi documenti conservati nei vari archivi. Con il passare dei secoli, e con l’acuirsi delle difficoltà, i villaggi diventano a loro volta delle unità facenti parte di un insieme più vasto; mi riferisco alle necessità di procacciarsi acqua per le persone, per gli armenti e per colture sfociata nel corso del 1325 con la costruzione del Canale della Pianura. Ma questo è poco se consideriamo quanto successo nelle frazioni della collina di Saint-Vincent nel 1393; possiamo immaginare che prima della citata data la situazione in quel comprensorio doveva essere davvero tragica perché con incredibile, ardimentosa e lungimirante iniziativa popolare alcuni capifamiglia delle frazioni collinari uniti in Associazione si rivolgono al loro signore temporale, il potente Ibleto di Challant, per domandare una cosa che oggi potremmo definire davvero pazzesca: prelevare una parte delle acque scaturenti dal ghiacciaio del Monte Rosa, in località Courtaud, per portarle fino alla sella intervalliva del Colle di Joux e in seguito distribuirle sulle campagne della nostra soleggiata e arsa collina dopo un percorso lungo circa 25 chilometri. Lavoro davvero faraonico se consideriamo che la quota media del canale è a oltre 1800 metri e che le asperità della montagna non sono certamente dettaglio da poco. Naturalmente il nobile Ibleto accolse magnanimamente tale richiesta anche in funzione di: a) una “donazione” di 24 fiorini d’oro, b) dell’opportunità di servirsi un giorno la settimana dell’intera quantità d’acqua per le sue proprietà, c) dei successivi pagamenti effettuati annualmente dai richiedenti e da coloro che negli anni a seguire entrarono a far parte di quell’Associazione. Per secoli l’economia della collina, indicata sulle vecchie carte con il nome di Montagne de Saint-Vincent, ha goduto di quell’acqua che tutt’oggi continua a sgorgare dal Canale Courtaud (noto anche con il nome di Ru d’Ayas o ancora, Ru de la montagne); il primitivo scavo del canale durato quaranta lunghissimi anni, e le continue manutenzioni succedutesi nei secoli furono garantite con il sistema delle Corvées, cioè con la partecipazione attiva ai lavori di manutenzione ordinaria e straordinaria di tutti coloro che si servivano dell’acqua. Naturalmente chi non partecipava agli interventi pagava un determinato importo in danaro che raccolto in una cassa serviva per la retribuzione del cosiddetto “guardiano del canale”. Questo “momento comunitario” che dura da oltre seicento anni è stato un incredibile collante sociale ed economico per l’intera popolazione collinare che si è affievolito solo con il grande abbandono del territorio avvenuto tra la fine dell’Ottocento e primi decenni del Novecento a seguito della grande crisi economica che investì l’intera Europa, ma che colpì con particolare forza ed efferatezza le popolazioni stanziate sulle montagne. Le successive grandi emigrazioni, avvenute in particolare verso le aree e i paesi francofoni, devastarono e lacerarono in profondità una comunità che per secoli aveva vissuto, lavorato, amato, vigilato e sofferto con straordinaria intensità un territorio difficilmente appetibile ai più. Oggi tante abitazioni dei villaggi stanno crollando e il recupero di quegli immobili è ostacolato da una lunga serie di fattori che è possibile sintetizzare in questi termini: estrema parcellizzazione delle proprietà; una mentalità poco illuminata da parte delle amministrazioni troppo rivolta al particolare e poco all’insieme, malgrado alcuni timidi tentativi di porre rimedio a tali situazioni; una troppo burocratica visione del “villaggio” e delle sue abitazioni che di fatto limita gli interventi, per concludere con una troppo spesso dimenticata politica delle amministrazioni locali verso quelle realtà. La tanto decantata “tutela” sortirà un solo effetto: la scomparsa di nuclei abitativi dalle nostre campagne. Prima di concludere informo che su queste pagine per ogni villaggio si è tentato di raccontarne la storia o comunque situazioni o momenti particolari; saranno altresì indicati aspetti dell’economia e delle colture praticate; laddove è stato possibile sono state descritte le usanze, i personaggi, le curiosità. Sono altresì citate l’architettura, l’arte, l’ambiente, il territorio e tutte quelle cose che potranno essere ammirate e godute solo con una visita in loco; tutte le nostre frazioni sono “musei all’aperto” dell’architettura alpina e una visita permetterà di godere appieno di una lunghissima serie di cose, oggi sintesi di una plurisecolare cultura che sempre più necessita di meticolosa attenzione e comprensione, nonché intelligente affetto e sostegno da parte di tutti, siano essi residenti, turisti o visitatori.

Piergiorgio Crétier